La sfida energetica italiana: costi elevati e ostacoli al fotovoltaico
La lotta al cambiamento climatico impone la riduzione dei consumi e l’incremento della produzione da fonti rinnovabili. Per l’Italia, questa è anche la via per abbassare le bollette.
Secondo uno studio dell’Institute for Energy Economics and Financial Analysis (IEFA), l’Italia è il principale produttore di energia elettrica a gas nell’Unione Europea, con una produzione equiparabile a quella di Germania e Spagna messe insieme.
Nel 2023, il gas ha rappresentato circa il 45% del mix energetico italiano, una percentuale quasi tripla rispetto alla media europea.
Questo lega strettamente il costo dell’elettricità all’andamento del prezzo del gas, rendendo l’energia pagata da imprese e famiglie italiane molto più cara rispetto ai principali partner europei.
Un rapporto di Confindustria evidenzia che ad aprile il prezzo medio dell’elettricità per le aziende italiane era di 86,8 euro al MWh, contro i 62,3 euro della Germania, i 28,2 della Francia e i 13,6 della Spagna.
Fonti rinnovabili e crescita del fotovoltaico
Il Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima (Pniec), inviato alla Commissione Europea, prevede che entro il 2030 il 65% del fabbisogno elettrico italiano sia coperto da energie rinnovabili.
Attualmente, l’Italia è al 36,8%, rispetto al 52% della Spagna, al 50% della Germania e al 27% della Francia, che produce gran parte della sua energia con il nucleare.
Tra le rinnovabili, il fotovoltaico è in forte crescita in Italia. Secondo Italia Solare, con 1.68 milioni di impianti connessi, le regioni leader sono Lombardia, Veneto e Emilia-Romagna.
Il 2023 ha visto un record con 373.929 nuovi impianti installati, aggiungendo una capacità di 5,2 gigawatt rispetto all’anno precedente, grazie agli incentivi del superbonus e alla normativa semplificata (art.9 decreto legge 17-2022).
Fotovoltaico residenziale e a terra
Il 94% degli impianti fotovoltaici italiani sono residenziali o di piccola taglia, montati principalmente sui tetti delle abitazioni e con una potenza inferiore a 20 kW. Gli impianti a terra, che non richiedono lavori strutturali o modifiche architettoniche, offrono una maggiore efficienza energetica.
Carlo Maria Magni, imprenditore di ReFeel, spiega che il costo di un megawattora prodotto da impianti a terra è un terzo di quello dei sistemi residenziali: in media 60 dollari contro i 200 necessari per quelli sui tetti. Questi impianti sono più competitivi rispetto al carbone (68-166 dollari per MWh), al nucleare (141-222 dollari) e alle centrali turbogas (115-221 dollari).
Nonostante la mancanza di incentivi, nei primi tre mesi del 2024, la potenza generata dai grandi impianti è aumentata del 373% con l’aggiunta di 281 megawatt grazie alla connessione di otto nuovi impianti.
Iter burocratico e ostacoli normativi
Ottenere autorizzazioni per nuovi impianti a terra è un processo lungo e complesso, che richiede verifiche ambientali, paesaggistiche e urbanistiche. La sovrapposizione di normative nazionali e regionali complica ulteriormente il quadro.
A fine marzo, risultavano 3.642 richieste di connessione, ma solo una parte di questi progetti verrà realizzata.
Decreti agricoltura e aree idonee
Poiché questi impianti occupano grandi spazi e non possono essere installati ovunque, la direttiva UE 2018/2001/UE, recepita in Italia nel 2021, invita gli Stati membri a individuare superfici e aree idonee.
Dopo anni di attesa, a giugno è stato trovato un accordo tra i ministeri dell’Ambiente, della Cultura, dell’Agricoltura e la Conferenza Unificata Stato-Regioni, con il decreto attuativo “Aree Idonee” che assegna alle regioni 180 giorni per individuare i territori adatti.
Tuttavia, a maggio, un decreto (decreto Agricoltura) ha bloccato nuovi impianti fotovoltaici a terra su terreni agricoli, con eccezioni per quelli finanziati dal PNRR e in aree specifiche come cave, miniere, concessioni ferroviarie e aeroportuali.
Non è ancora chiaro se i progetti in fase avanzata di autorizzazione saranno risparmiati o dovranno essere confermati dalle regioni.
Il decreto Agricoltura, in aula a luglio per la conversione in legge, ha visto presentati oltre 100 emendamenti all’articolo 5 sullo stop alle installazioni su terreni agricoli.
Scontro tra Coldiretti e imprenditori delle rinnovabili
Lo scontro tra Coldiretti e gli imprenditori delle rinnovabili si riaccende. Coldiretti ha applaudito il decreto che frena il “fotovoltaico selvaggio” delle multinazionali energetiche, che occupano intere aree agricole produttive.
Secondo Stefano Masini, responsabile Ambiente di Coldiretti, è fondamentale proteggere la sovranità alimentare italiana dall’invasione dei pannelli fotovoltaici, che stanno occupando grandi superfici agricole da Nord a Sud.
Dall’altra parte, gli imprenditori delle rinnovabili, che impiegano circa 150.000 lavoratori, contestano che la norma potrebbe far perdere circa 60 miliardi di euro di investimenti. Secondo Italia Solare, in Italia ci sono 16,5 milioni di ettari agricoli, di cui 4,2 milioni incolti.
ISPRA indica che gli impianti fotovoltaici occupano solo 17.830 ettari, pari allo 0,1% della superficie agricola totale. Italia Solare ha scritto una lettera aperta alla Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, chiedendo l’abolizione dell’articolo 5 del decreto Agricoltura, ritenendo che generi bollette più alte per i cittadini e limiti la libertà degli agricoltori.
Anche diverse associazioni ambientaliste, tra cui il WWF, si oppongono al provvedimento, ritenendolo un freno ingiustificato allo sviluppo delle energie rinnovabili.
Agrivoltaico: una soluzione praticabile?
Il decreto offre un’alternativa: l’agrivoltaico, che prevede l’uso simultaneo di terreni per la coltivazione e la produzione di energia fotovoltaica. I pannelli sono sospesi ad almeno 1,3 metri dal terreno per le attività zootecniche e 2,1 metri per le coltivazioni.
Tuttavia, rispetto agli impianti a terra, costano dal 30 al 60% in più e sono più vulnerabili agli eventi estremi. Il PNRR destina 1,1 miliardi di euro di contributi a fondo perduto all’agrivoltaico avanzato, con l’obiettivo di installare strutture per una produzione massima di 1,04 gigawatt entro il 30 giugno 2026.
Bilancio tra impianti e agricoltura
In sintesi, gli impianti installati in Italia generano attualmente una potenza di 32,4 gigawatt. Per raggiungere gli 80 gigawatt entro sei anni, saranno necessari circa 8,3 gigawatt all’anno, un obiettivo irrealizzabile senza la costruzione di nuovi impianti a terra, che producono energia a basso costo e sono più efficienti.
È improbabile che la potenza mancante possa essere compensata solo dal fotovoltaico residenziale, anche se tutti gli edifici italiani fossero coperti da pannelli solari.
L’agricoltura, che si intende proteggere, è comunque uno dei settori più colpiti dal cambiamento climatico. Negli ultimi due anni, siccità e alluvioni hanno causato almeno 12 miliardi di danni e la perdita di fertilità su migliaia di ettari di terreno coltivato.
Scopri di più su Keynesia Energy e i servizi offerti alle imprese.
(Alcuni contenuti dell’articolo sono tratti da DataRoom di Milena Gabanelli e Francesco Tortora)